B e n v e n u t i

Testo Critico

Antonio Luccarini
Assessore alla Cultura del Comune di Ancona

Le tele di Patrizia Calovini suggeriscono l'illusione di una realtà preesistente che l'artista può cogliere solo nei momenti in cui si sfalda la cortina che la tiene celata: l'operazione estetica della Calovini non sembra nascere e prodursi all'interno di un mondo che deve tutto maturarsi in una gelosa intimità e che si esterna poi come un prezioso e difficile “secreto”. Le immagini che affollano l'operazione pittorica hanno invece l'incanto e il fascino del ricordo e la seduzione di “visioni” che provengono dal mondo dell'inaudito e dell'inedito. Vale quindi per l'autrice quello che vale per tanti altri artisti: nelle suggestioni di mitologie platoniche, il mondo dell'inespresso da cui gli artisti attingono il loro messaggio è una sorta di patria perduta che, se non è presente quotidianamente alla coscienza, resta, comunque, in forma sotterranea, fortemente attaccata al loro cuore.

Forse per questo colori e forme subiscono l'insidia di una sorta di nostalgia, non regressiva o paralizzante, ma in un certo senso dinamica. L'incanto dolente di queste donne, guerriere, ancelle, danzatrici, consiste forse nelle memorie che esse testimoniano del lungo viaggio che hanno dovuto compiere, delle attese forzate e delle soste fatte, prima di giungere a noi da quella patria lontana. Privi di qualunque riferimento realistico, senza approdi, però nell'informale o in una figurazione esile e meramente allusa, i dipinti hanno la forza e il valore di un'appello simbolico: se non sono capaci di ridarci quel mondo, ci danno, almeno, indicazioni della strada che ad esso conduce, ci danno ciòè le forme pure di una evocazione. Il dipingere non suscita comunque una domande intellettuale che si possa placare con analitiche risposte.

La pittura non può andare a toccare, al di là dell'esperienza, i remoti fondi dell'essere: essa, evoca, cioè chiama a sé da lontananze e nel fare questo, opera una sorta di liberazione che non avviene attraverso un perfezionamento dell'intelligenza, attraverso le tradizionali vie cognitive. L'oggetto pittorico quando ci giunge attraverso le modalità dell'evocazione ci fa immergere in mondo che non è fatto di fenomeni particolari, bensi di figure archetiche o di personaggi non sono destinati a soddisfare alcun interesse vitale, né a narrarci private vicende di gioie e dolori, di angosce o solitudine, ma ugualmente capaci di fornire, a chi guarda, un piacere puramente contemplativo.

L'idea forte di questa poetica è proprio quella di offrire “un limpido sguardo del mondo” emotivamente equidistante dalle sue manifestazioni. Riprendendo il discorso della nostalgia, possiamo dire che questo viaggio di ritorno ha come esito non una estenuazione sentimentale, ma l'erogazione di una pura energia rivolta ad allontanarsi da particolari rappresentazioni immerse nello spazio e nel tempo, per impegnarsi invece in un cammino di liberazione dalla pura arte imitativa. Si ritorna ad un concetto di azione creatrice che deve affrancarsi da ogni rapporto con il mondo del molteplice e del divenire: dalla vita si vuole passare, superando il momento empirico, alla sola contemplazione della vita.

 

Michele Polverari
Direttore della Pinacoteca Civica del Comune di Ancona

La donna indica qualcuno o qualcosa, ma non si vede chi o che cosa. Lo indica ad una statua -un busto femminile con gli occhiali da sole- o a figure che ancora non sono statue o che già non lo sono più. Quando poi sono tre donne ad affacciarsi ad osservare, non solo manca il complemento oggetto ma anche quello di termine: a chi si rivolge la donna col capo girato verso l'interno?

Oppure, se guarda, ella sa anche di essere guardata. Ed essendo questo l'aspetto prevalente, è ad esso che s'appresta a far fronte: con occhiali scuri e manto dogale, al limite; se no con la piena fioritura delle forme, opulente e tuttavia non sufficienti a comporre un'immagine di forza. Il viso non si offre mai con semplice evidenza, ma, anche quando non si nasconde dietro la montatura delle lenti, sembra piuttosto distrarre l'attenzione del riguardante verso ciò che l'incornicia: il casco della capigliatura, dal perfetto taglio. Il nero dei capelli, le ombre del volto, la chiarità dell'ampio scollo concorrono infine a realizzare l'avvenenza della figura, la quale tuttavia non è esibita in termini esclusivi, bensì con la presenza di oggetti, elementi apparentemente incongrui, di valore simbolico.

La donna con i capelli a casco e dall'ampio scollo è in mezzo ad uno stretto passaggio. Ora se ne vede l'intera figura, la veste aderente e trasparente…Ma lo spazio è allagato e l'immagine, che richiama un'occasione galante, un elegante contesto, un apparato festivo, diventa impacciata, pesante, bloccata nel guado. Oppure l'acqua è alta e della donna è visibile solo il busto; la scena è ugualmente senza agitazione, il pericolo non suscita gesti scomposti, anzi non suscita gesti, il dramma procede ma ella non l'affronta, ella è tutta compresa in se stessa.Arrivano le lance ed ella deve ripararsi in una nicchia, magari con l'elmo, per difendersi in una guerra che non ha voluto, oppure semplicemente dietro un muro, ma di schiena, elegante ed avvenente, come estranea ai colpi delle armi che si conficcano potenti nella barriera.

C'è una sfera accanto alla lancia. Ella, chinata, la tiene nel cavo di una mano. Potrà sollevarla, penetrarne il segreto, farla propria?Ella danza; la si vede di tre quarti, di schiena, dentro il braccio del partner. Oppure la ballerina di tango osserva, il capo leggermente chinato - attratto non si sa da cosa non si sa da chi- , mentre dietro un suo doppio riconduce l'immagine ad una fissità senza partecipazione.

Seguissimo pure mille immagini di questo personaggio, mai troveremmo le tappe di un viaggio. La sua storia non è una linea, ma ogni volta un punto, poi un altro punto, ancora un altro punto, e la storia è sempre lì, pronta ad essere, prima di essere, in attesa di essere, ma senza essere mai. Il personaggio che Patrizia Calovini ha creato è quello di una donna che sta per . E siccome chi sta per non può stare fuori dal mondo, quella donna nel frattempo è. La Calovini allestisce dunque lo spettacolo che si recita in attesa d'un altro spettacolo. Lo spettacolo non è corale, la parte è per un solo attore, il resto è comparsa, doppio, fantasma, oggetto. Il casco della donna dipinta da Calovini fa venire alla mente quello della donna disegnata da Crepax. Ma qui non c'è Valentina, il casco è di una donna senza tentazione, inattiva. Ella sta sempre al di qua , nelle forme piene della bellezza matura, come a testimoniare la fedeltà al proprio essere discreto, ad una condizione di nativa eleganza, di sensualità evidente e dominata, di desiderio non svelato.

Ciò che colpisce nella pittura della Calovini è come a tale irrisolutezza del soggetto, a tale indeterminazione psicologica, a tale abdicazione alla scelta esistenziale corrisponda la sicurezza della risoluzione formale, la costruzione decisa dell'immagine, la conduzione certa del disegno, l'elezione perspicua degli oggetti, la persuasiva disposizione degli spazi, dei tempi, degli intervalli, delle pause.

Sicché, per quanto il tema sia quello di una condizione di stasi –quando non di soffocamento- di personaggi carichi di giorni non vissuti e di sogni non dispiegati, imprigionati e inascoltati, la perfetta padronanza del mezzo tecnico, unita ad un innegabile gusto scenografico, sortisce in immagini ben più forti e decise di quanto sembrerebbe dover suggerire la debolezza dei soggetti. Si osservi nuovamente la donna nella stanza con l'acqua che le arriva al petto, la quale contrappone ad una situazione drammatica un atteggiamento impassibile, tutt'altro che claustrofobico: come non cogliere nella striscia rossa dell'ultimo bordo della veste un'ironica resistenza all'imminente, immane e assurda tragedia?

La Calovini ha la capacità di contraddire dall'interno ciò che è sordo, chiuso, immobile. Ha l'arte di far fiorire il gelo. Ma anche di far intuire (celebrandola perciò davanti ai nostri occhi) l'intimità di una festa, come nell'immagine en plein-air di una donna con l'ombrello aperto su un fondo celeste –abito bianco scollato, bretelline nere, capelli a casco; non piove.